Ultima modifica: 14 Dicembre 2018
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IL MIO RAGGIO DI SOLE, un racconto di Lavinia Mancini 3C

«Da piccola passavo il tempo a giocare alla mamma, prendevo la mia bambola, Michelle e la riempivo di affetto e attenzioni.

Mia madre era contenta di vedermi cosi felice e mi ripeteva sempre che da grande sarei stata una mamma fantastica.

Ogni volta che lei me lo diceva, sul mio viso appariva un sorriso che andava da un orecchio all’altro.

Ne è passato di tempo d’allora e ora sono cresciuta.»

Ero  nella camera di Sara, mia figlia, davanti allo specchio nel quale la mattina si specchiava con i suoi abiti da danza classica.

Lei adorava sognare e le piaceva fingere di essere una ballerina  famosa davanti a un pubblico immenso, pronta a fare furore.

Mi guardai allo specchio, riuscii a fare un sorriso abbastanza forzato mentre i miei occhi grigi, stanchi e distrutti versavano lacrime su lacrime.

Avevo provato a non pensarci eppure, da quel fatidico giorno dell’anno precedente, mi ritrovavo sempre qui, nella camera di mia figlia a piangere e a pensare a quei tempi.

«Quando Sara era piccola, era una bambina come poche, mi ripeteva sempre che mi voleva bene e non si faceva molti problemi se io non giocavo con lei, metteva la musica e ballava.

Era una bambina matura, pur avendo solo sei anni.

Poche volte mi chiedeva una storia, io cercavo sempre di accontentarla.

Mi sedevo sul suo letto e le leggevo “Il Piccolo Principe”.

Mi ripeteva sempre che la volpe le stava molto simpatico e che voleva un animaletto come migliore amico, proprio come Il Piccolo Principe.

Se lei era felice, io lo ero con lei.

Se io ero triste, lei mi consolava .

Le dovevo tanto.

Un giorno mi convinsi a prenderle un cucciolo, volevo farle una sorpresa.

Subito dopo averla presa a scuola saremmo andate al canile.

La vidi da lontano, stava giocando a palla con i suoi amici, io di getto sorrisi felice per lei, finalmente aveva degli amici.

La palla uscì dal parchetto della scuola insieme a Sara che le correva  dietro.

Era in strada, avrei volute gridarle di stare attentat, ma era troppo tardi.

Una macchina l’aveva investita e di lei rimaneva solamente il suo corpicino senza vita.»

Continuavo a piangere  davanti a quel futile specchio.

Riuscivo solo a piangere.

Davvero non potevo fare nient’altro?

I singhiozzi si fecero sempre più forti, mi diressi in cucina, presi  un coltello, oramai mi ero decisa a porre fine a tutto questo, e nessuno mi avrebbe fatto cambiare idea,nessuno…

Avvicinai a me il coltello, per poi sussurrare

«Ti raggiungerò mio raggio di sole.»

«Mamma… perchè sei triste? Non essere triste ci sono qua io! »

Mi lasciai scivolare il coltello dalla mano, avevo gli occhi lucidi.

Non ce la feci più, mi accasciai a terra tra le mie lacrime.

Dovevo continuare a vivere.

Per il mio raggio di sole.




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